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UN BEL GIOCO DURA POCO

 

Hey, tu! Sì, tu che stai leggendo, dico proprio a te! Lo sai, vero, che in un anno hai speso 1500 euro per il gioco d’azzardo? Ah, non giochi con le macchinette rovina famiglie? Allora li ha spesi tuo fratello che, moltiplicato due, fanno 3000 euro. Pure lui non gioca d’azzardo? Vabbè, tuo nipote, quello lì di 10 anni: lui ha speso i vostri 3mila più i suoi 1500, dopotutto potrebbe esser lui uno di quel 4% di minorenni affetti da ludopatia, no?

Già, sembra incredibile, ma facendo la media, un italiano spende 1500 euro all’anno su “baucometri” e ogni altra forma di gioco d’azzardo.  Non solo ne spende tanti, ma gliene tornano indietro la minima parte. Ed è qui il problema, i soldi che tornano indietro: le vincite. Sono queste a trasformare un passatempo in dramma, a indurre il malcapitato a rimetter mano al portafogli, giacchè caduto nelle tentazioni di queste sirene moderne, un tempo uccelli, poi pesci, oggi macchinette e schedine.

Chi, tra venerdì 17 e sabato 18 marzo, ha avuto la fortuna di assistere allo spettacolo “Gran Casinò” interpretato

dall’attore Fabrizio De Giovanni, è consapevole di questo, come è consapevole che gli illuminati al governo dovrebbero ricordarsi di una Repubblica fondata sul lavoro piuttosto che sul malaffare del gioco d’azzardo. Al contempo, i 400 e passa genitori sommati ai 600 studenti, si sono alzati dalle poltroncine del Teatro Da Ponte coscienti che la comunità ha il potere di riappropriarsi delle quotidianità perdute spostando i propri interessi dove si respira aria di valori. La comunità, col suo comportamento, può creare disinteresse economico sul gioco d’azzardo premiando locali ed eventi no slot, continuando a mantener vivo il tessuto sociale del proprio paese e, non ultima, la scuola cercando d’esser sempre motivo di interesse per i ragazzi.

L’Unione Comitato Genitori e l’assessorato alle politiche sociali di Bassano sono orgogliosi di aver organizzato questo “gran teatro civile”, nel quale si è percepito il dramma degli invisibili a se stessi, perché questo sono gli ammalati di gioco compulsivo, persone che non vedono il loro problema, a differenza degli altri e delle loro famiglie, queste ultime i veri poveri Cristi messi in croce da una dea bendata rincorsa da chi è più cieco del cieco reale.

La pièce teatrale di Itineraria Teatro è stato un’ondata di fatti, intenzioni, coraggio, nomi e numeri, tutti amalgamati e suggellati nello spettatore attraverso emozioni di ogni sorta. Emozioni che inducevano ad uno spontaneo dibattito di fine spettacolo, ma che forse, in fondo in fondo, ognuno se l’è fatto dentro, tornando a casa, da solo o in compagnia, riflettendo della sua vita, di cosa non voler essere, di chi ha sofferto e soffre per questa malattia. Di chi è morto per lo stress e la depressione della ludopatia e chi è rimasto, solo, coi propri figli, a guardare il posto vuoto a tavola.

“Gran Casinò” è un’opera di speranza, ve lo dice uno di quelli rimasti, che guarda sempre un nome nel telefono sapendo che dall’altra parte lui non risponde più.

 

Roberto Frison

 

 

 

 

 

 

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