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Da un’indagine coordinata dal dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’università di Milano-Bicocca emerge che gli iscritti alle scuole superiori nella regione Lombardia, per ogni ora che trascorrono in più connessi a internet, vedono calare l’apprendimento di 0,8 punti in italiano e di 1,2 punti in matematica. I livelli di apprendimento sono stati misurati su una scala da uno a cento utilizzando i test INVALSI e, dall’analisi dei risultati, gli studenti che utilizzano internet per troppe ore nella giornata hanno riportato un totale di risposte esatte, nei test di italiano e matematica, inferiore ai compagni che fanno un uso più moderato della Rete.

 

Internet, quindi, produce un peggioramento dell’istruzione: una delle più sensazionali scoperte non fa bene all’apprendimento.

 

 

Se il tempo extrascolastico viene utilizzato prevalentemente per i social network, chattare e giocare on/off line, si trascura irrimediabilmente lo studio degli argomenti disciplinari ed è ovvio che i risultati dell’apprendimento subiscano una battuta d’arresto. In verità quando si ha poca voglia di studiare si trova sempre un “passatempo” più interessante e stimolante rispetto a un noioso testo scolastico, tuttavia, occorre ammetterlo, perdersi nella Rete è facile oltre che invitante e accattivante.

 

È evidente che mi riferisco a quanti utilizzano internet per scopi differenti da quelli didattici, ma le risultanze della ricerca non sono più confortanti neppure per gli studenti che navigano principalmente per cercare informazioni o come arricchimento allo studio delle discipline scolastiche. Anche in questo caso, il punteggio raggiunto nei test INVALSI subisce una diminuzione all’aumentare del tempo trascorso in Rete. Questo ulteriore riscontro è piuttosto preoccupante perché sembrerebbe dimostrare che l’utilizzo di internet anche per scopi didattici provoca comunque un regresso nell’apprendimento.

 

Il resoconto dell’indagine parla di associazione o tendenza dimostrata dall’esito dei test e, a meno di non voler mettere in discussione l’attendibilità della ricerca o la validità dei test INVALSI, occorre convenire e trovare le ragioni per le quali una formidabile opportunità che permette di conoscere ed esplorare un mondo senza confini, arrivi a trasformarsi in una minaccia per la crescita formativa dei giovani lombardi (e presumibilmente di tutte le altre regioni d’Italia).

 

Internet è uno strumento straordinario di acculturazione e partecipazione per l’umanità intera, tuttavia per trarre proficuo vantaggio dal suo uso (senza subirne le celate insidie), necessita di una pratica consapevole e ammaestrata. Ebbene, i giovani con le nuove tecnologie di comunicazione sono abbandonati a se stessi. Famiglia e Scuola non svolgono adeguatamente il compito educativo. I genitori di norma si limitano a moderare il tempo di accesso alla Rete, concedono però ai propri figli la massima libertà di navigazione senza vigilare sulle attività svolte online. Va anche detto che “l’alfabetizzazione genitoriale” è spesso carente o modesta e i figli risultano quasi sempre più bravi dei loro genitori nell’utilizzo delle tecnologie informatiche.

 

In ogni caso, se non si può scoraggiare una coppia dal mettere al mondo un figlio quando non si è esperti degli strumenti per navigare in Rete, si può certamente pretendere che la Scuola debba saper offrire, per la formazione dei propri allievi, professionisti conoscitori dei nuovi media nonché dotazioni tecnologiche commisurate all’utenza e integrate nelle tecniche di apprendimento. Purtroppo ancora una volta la Scuola non riesce a tenere il passo con i mutamenti in atto nel settore della formazione e, mentre le tecnologie dell’informazione e della comunicazione cambiano rapidamente, la Scuola resta ferma, ancorata al suo passato, allontanandosi sempre di più dall’apprendere quotidiano degli adolescenti.

 

La Scuola è puntualmente in ritardo nelle dotazioni, nell’organizzazione per ottimizzare l’utilizzo delle risorse tecnologiche disponibili e nella formazione del personale docente. Un pc ogni 12 alunni, le Lim installate in una classe su cinque e solo uno studente su due ha l’accesso a Internet: questi i dati dell’osservatorio tecnologico del MIUR sullo sviluppo delle ICT nelle scuole italiane. Secondo un rapporto OCSE ci sarebbero 15 anni di gap rispetto alle scuole inglesi che hanno le Lim installate nell’ottanta per cento delle classi.

 

Le scarse dotazioni delle scuole italiane non sono per di più quasi mai immediatamente fruibili e hanno bisogno, per essere utilizzate, del supporto di un tecnico che non è sempre presente o capace di garantirne la piena efficienza e il completo funzionamento. E inoltre, problemi di orario, accavallamenti, compresenze e spazi inadeguati non rendono davvero agevole ripartire un equo e ottimale utilizzo delle già insufficienti risorse tecnologiche a disposizione. Gli studenti non possono nemmeno contare sul competente e garantito aiuto dei docenti. Il contributo degli insegnanti è, infatti, circoscritto alla partecipazione sensibile e volontaria del singolo educatore che, avendo di sua iniziativa provveduto a una propizia autoformazione, si ritiene in grado di fornire consigli e indicazioni sull’uso informato di internet e sui pericoli della Rete.

 

Per restituire un effetto benefico sull’apprendimento, l’uso di internet va istruito integrandolo a pieno titolo negli abituali mezzi a disposizione per l’insegnamento. Probabilmente ciò avverrà spontaneamente quando i “nativi digitali” erediteranno dall’attuale generazione il compito perennemente sottovalutato di riorganizzare il progetto educativo. Per ora le tecnologie dell’informazione e della comunicazione viaggiano troppo veloci per i diversamente affaccendati vertici delle istituzioni scolastiche e sono pertanto irraggiungibili.

da http://rubriche.finanza.tiscali.it/socialnews/Carrano/9651/articoli/

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